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Lucia Marliani
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Lucia Marliani
La famiglia di origine
Lucia Marliani nacque attorno al 1455 dal ricco mercante milanese Pietro, discendente da una famiglia che era già stata fedele ai Visconti e che in seguito offrì il suo appoggio a Francesco Sforza, futuro duca di Milano: nel 1450 lo Sforza concesse ad Aimo Marliani il titolo di Podestà di Melzo.
Il padre di Lucia morì lasciando cinque figlie e la moglie incinta di una sesta, nata dopo la sua scomparsa. Le sue ultime volontà lasciavano doti sostanziose alle figlie e nominavano tutrice la loro madre.
Lucia si sposò con il patrizio milanese Ambrogio Raverti e le sorelle si imparentarono o strinsero vincoli di amicizia con molte famiglie nobili del tempo, come i Landriani, i Pusterla, i Crivelli, e altri. Del resto i Marliani erano ben noti a Milano e occupavano cariche prestigiose: un fratello di Pietro, Michele, era Vescovo (prima di Tortona, poi di Piacenza), un altro, Giorgio, cameriere del duca di Milano e un terzo, Giovanni Antonio, arciprete di Santa Maria del Monte a Varese.
Fu probabilmente dopo una visita ducale a questo santuario che iniziò la relazione tra Lucia e il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza.
La donna più ricca del Ducato
Il duca di Milano aveva allora trent’anni, era sposato da sei con Bona di Savoia e ne aveva avuto quattro figli. La sua relazione con Lucia Marliani, condotta quasi alla luce del sole (alcune fonti riferiscono che Galeazzo fece credere alla moglie che la giovane fosse l’amante di suo fratello minore Ludovico), durò circa due anni, dal 1474 al 1476, e fece di Lucia la donna più ricca del ducato. Oltre a nominarla ufficialmente Contessa di Melzo e di Gorgonzola, con il privilegio di associare al suo cognome quello dei Visconti e le relative insegne, le concesse numerose elargizioni in denaro, le donò bellissimi gioielli e fece emanare un decreto al fine di proteggerla da soprusi futuri degli eredi.
Nel 1476 Lucia diede alla luce il suo primogenito, al quale Galeazzo impose il proprio nome e cognome, oltre ad inserirlo nella lista degli eredi dopo i propri figli e fratelli. Padrini di battesimo del piccolo Galeazzo furono i celebri condottieri ducali Roberto Sanseverino e Giovanni Conti e il cardinale Giovanni Arcimboldi (poi arcivescovo di Milano).
Nel 1477, pochi mesi dopo la morte del duca, avvenuta per mano di tre congiurati il 26 dicembre 1476 nella chiesa milanese di Santo Stefano, nacque Ottaviano, a sua volta riconosciuto ufficialmente come figlio postumo del duca.
Saldi rapporti con gli Sforza
Secondo lo storico Lubkin, dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza Lucia Marliani tornò a vivere con il marito Ambrogio Raverti, dal quale ebbe almeno quattro figli.
Nel 1480, probabilmente per non suscitare l’invidia della vedova e degli altri figli del duca scomparso, il Moro costrinse Lucia a rinunciare al titolo di Contessa di Melzo e ai suoi possedimenti in favore di suo figlio, Galeazzo Visconti. Non per questo i rapporti tra la famiglia Marliani e gli Sforza si incrinarono: anzi, con il passare degli anni, si rinsaldarono e Ludovico il Moro nel 1497, rimasto vedovo, donò a Lucia un palazzo con giardino a Cusago che in precedenza era stato di sua moglie Beatrice. Nel 1499 Francesco Marliani affiancò il Moro nel tentativo da parte di questi di riacquistare il ducato di Milano, sottrattogli dai Francesi.
Il fratello di Galeazzo, Ottaviano, fu nominato nel 1497 Vescovo di Lodi e quindi di Arezzo. Entrambi, quando furono in età per farlo, parteciparono attivamente alla vita politica del tempo: Ottaviano, in particolare, che sarebbe morto nel 1541, svolse un ruolo diplomatico di primo piano con gli ultimi duchi sforzeschi, nei primi decenni del Cinquecento. Cronache dell’epoca ci informano che nel 1512, il giorno 12 giugno, Ottaviano Sforza alla testa delle truppe sforzesche che ripristinavano il potere di Massimiliano Sforza a Milano, "con buona guardia allogiasse per alquanti dì in casa di madama di Raverti sua genitrice".
Lucia morì "di idropisia" a Milano, in una casa di Porta Nuova, il 15 dicembre 1522. La casa principale della famiglia Marliani sorgeva all’angolo fra le attuali vie Montenapoleone e Sant’Andrea.
Bianca Maria Visconti: una nobile illegittima
Matrimonio e ducato
Bianca Maria Visconti era figlia di Filippo Maria Visconti, ultimo Duca visconteo di Milano e della sua "concubina" Agnese del Maino. Nata nel 1425, fu legittimata nel 1430 dall'imperatore Sigismondo e nel 1441 data in sposa al celebre condottiero Francesco Sforza. Le nozze, fastosissime, per le quali i cuochi viscontei diedero sfogo a tutta la loro fantasia, si svolsero a Cremona, città che venne portata in dote al condottiero da Bianca Maria assieme a Pontremoli. La leggenda vuole che proprio in questa occasione fosse creato il celebre "torrone" cremonese.
Bianca Maria fu duchessa di Milano nel 1450, quando il marito entrò trionfalmente in città diventandone signore per acclamazione. Ebbe dallo Sforza numerosi figli: Galeazzo Maria, Ippolita, Ludovico Maria, Sforza Maria, Ascanio Maria, Filippo Maria, Ottaviano, Elisabetta; la sua ultima gravidanza si interruppe infelicemente nel 1460.
Il matrimonio di questa donna dal temperamento fuori dal comune, che sapeva anche ridere, organizzare scherzi e divertirsi in allegra compagnia (si sa che amava mangiare, godere della vita all'aria aperta, le gite in barca, la pesca e le lunghe cavalcate), non fu tutto rose e fiori. Francesco Sforza mantenne fino in tarda età un temperamento esuberante e tradì la moglie in varie occasioni. Il suo amore senile per la cortigiana Elisabetta da Robecco fu considerato una delle cause che ne accelerarono la fine. Bianca Maria si sfogava allora in clamorose sfuriate, arrivando anche a scrivere al Papa per manifestargli il suo scontento di moglie, che però sempre perdonava e a volte accoglieva alla propria corte i figli adulterini del marito, soprattutto le bambine. "Madona Biancha mi ha dicto quelle cose che le donne dicono ali mariti" confessava Francesco Sforza, che ogni volta si scusava e si umiliava, ma perseverava nel suo comportamento.
Madre e moglie esemplare
Bianca Maria fu benefattrice di chiese e conventi e fondatrice, con il marito, dell'Ospedale Maggiore di Milano. Si prodigò per le suore, che la chiamavano "madre, e la sua fede con il passare degli anni divenne sempre più fervida, al punto che si è a conoscenza di una richiesta di Francesco Sforza al Papa per consentire alla moglie di passare talvolta la notte nel convento dell'Osservanza. I frati minori francescani furono da lei prediletti e Fra Michele Carcano fu il suo confessore e predicatore preferito, ispiratore di molte sue opere di bene. A Cremona, sua città dotale e prediletta, fece abbellire il castello ed erigere due conventi; qui dette alla luce il figlio Ascanio, destinato alla vita religiosa, per volontà materna e calcolo politico del padre che, come tutti i signori rinascimentali, contava sul fatto di poter avere una presenza familiare in Vaticano. A Milano, a ricordo del suo amore coniugale, Bianca fece abbattere un muro laterale della chiesa di Santa Maria Incoronata (eretta nel 1451) e vi fece costruire accanto una chiesa gemella: si trattò di un'idea architettonica originale, a significare la completa unione spirituale dei due coniugi.
Quando si muoveva, la "brigata" di Bianca Maria si componeva di decine - a volte anche di centinaia - di persone, inclusi figli (propri e nati al marito fuori dal matrimonio), nipoti, cognate, ospiti, cancellieri, segretari e famigli. La signora di Milano proteggeva le donne oppresse, soprattutto quelle che, fatte sposare in tenera età per opportunità politica, venivano poi maltrattate o ripudiate dai mariti. Ci sono rimaste molte lettere in cui Bianca Maria chiede al marito di esaminare questi casi e di provvedere per una soluzione. Ospitò a Milano per lungo tempo anche l'anziana madre di Francesco Sforza, donna Lucia. Si sa inoltre che dotò fanciulle, fece studiare giovani, animò un sodalizio per l'assistenza dei carcerati ed un altro per la sussistenza dei pellegrini in Terra Santa.
Gli ultimi infelici anni
Dopo la morte di Francesco Sforza, avvenuta nel 1466, Bianca Maria affiancò il figlio primogenito Galeazzo Maria nel governo del ducato, non senza qualche serio attrito. Il figlio, che aveva ereditato il carattere dei Visconti, in privato la trattava in modo arrogante (come scrive Antonio da Trezzo, con "salvatici deshonesti modi"), non ascoltava i suoi consigli e la faceva sorvegliare. Il marchese di Monferrato e il re di Napoli Ferrante le offrirono aiuto morale.
Quando Bianca Maria morì nel 1468 nel castello di Melegnano, pochi mesi dopo le nozze di Galeazzo Maria, ci fu chi sospettò il veleno e il condottiero Bartolomeo Colleoni (le cui dichiarazioni erano però viziate dalla profonda inimicizia che lo opponeva al nuovo giovane duca di Milano), accusò apertamente Galeazzo Maria di aver fatto morire la madre.
La figura di Bianca Maria, non solo nella corte sforzesca, ma anche nell'ambiente della nobiltà milanese, restò per decenni un esempio da imitare di signora rinascimentale brillante, intelligente, devota e molto umana.
Caterina Sforza: la tigre di Forlì
Un'illegittima a Corte
Caterina Sforza nacque nel 1463, frutto di una relazione giovanile di Galeazzo Maria Sforza, futuro duca di Milano, con Lucrezia Landriani. Crebbe e fu educata alla corte sforzesca.
Nel 1471, ancora bambina, fece con la corte un viaggio a Firenze che la colpì profondamente, accendendo la sua l'ambizione. Solo undicenne, fu sposata dal padre al nipote di Papa Sisto IV, Gerolamo Riario.
Divenne Signora di Imola nel 1477: la città era stata acquistata da suo padre Galeazzo Maria, ad "un prezzo di affectione", proprio per consentire alla figlia di portarla al marito come dono di nozze; tre anni più tardi, alla coppia fu affidato anche il governo di Forlì. A dispetto delle condizioni economiche non sempre floride, Caterina e il consorte che, come riferiscono le cronache coeve "spendeva in edifici immoderatamente", tennero una corte raffinata e protessero vari artisti, tra cui Melozzo e il Palmezzano.
Caterina ebbe otto figli: sei dal Riario (Ottaviano, Cesare, Bianca, Giovanni Livio, Galeazzo, Francesco), uno da Jacopo Feo, che sposò in segreto (Bernardino) e uno da Giovanni di Pierfrancesco de'Medici, cugino del Magnifico, che sposò in terze nozze. Quest'ultimo, battezzato con il nome di Ludovico in omaggio allo zio di Caterina, Ludovico il Moro, divenne il celebre condottiero Giovanni delle Bande Nere.
Signora di Forlì
Gerolamo Riario fu assassinato nel 1488 a Forlì da una congiura e da allora Caterina Sforza, con il fondamentale appoggio esterno del ducato di Milano, dov'era reggente suo zio Ludovico il Moro, esercitò il dominio sulle due città di Imola e di Forlì per conto del figlio primogenito Ottaviano Riario.
Donna intelligente, volitiva, coraggiosa al punto da asserire che prima di aver paura "voleva sentire le botte", Caterina governò il suo piccolo stato in condizioni difficili, intervenendo spesso direttamente nella difesa delle rocche, fronteggiando le mire degli stati vicini e soffocando una costante, subdola opposizione interna. Nei drammatici giorni che seguirono l'assassinio del marito, ebbe il sangue freddo di impadronirsi con l'inganno della rocca di Forlì e di bombardare la città, senza cedere al ricatto di chi le aveva rapito i figli. Anche in seguito, da vera principessa rinascimentale, non esitò in molte occasioni a ricorrere all'astuzia, al cinismo e al calcolo.
Nel 1499 Cesare Borgia, il celebre Valentino, figlio del Papa Alessandro VI, che tentava di costruirsi uno stato nell'Italia centrale, dopo aver assediato Imola, entrò trionfalmente in Forlì. Caterina tentò un'eroica resistenza nella Rocca forlivese di Ravaldino, ma nel gennaio 1500 fu catturata, fatta prigioniera e condotta in Castel Sant'Angelo. Fu liberata sei mesi dopo.
Gli ultimi anni a Firenze e le leggende
Appena liberata dalla prigionia del Valentino, nel 1501, Caterina si recò con il figlio prediletto Giovanni, l'ultimogenito, a Firenze, dove visse gli ultimi anni. Non perse mai le speranze di tornare a governare Forlì ed Imola, ma ormai le condizioni politiche erano profondamente mutate e non c'era più possibilità di avere potenti appoggi esterni, perchè anche i suoi parenti sforzeschi a Milano avevano perso il ducato.
Caterina morì nel 1509 a Firenze e fu sepolta nell'Oratorio del Convento di Santa Maria delle Murate.
La sua figura storica, come è stato scritto, "si è ingrandita man mano che si allontanava nel tempo, sostituendosi alla repulsione dei sudditi l'interessamento dei posteri".
Il suo ingegno multiforme e le sue letture spaziarono in campi diversissimi: benché per tutta la vita fosse stata assediata dai problemi economici e militari del suo piccolo stato, si interessò di armi, fortificazioni, medicina, arte, agronomia, alchimia, e molto altro. Celebri sono i suoi "Experimenti", più di quattrocento "ricette segrete", in parte criptate, compilate nel corso di vent'anni e pervenuteci nella trascrizione di un compagno d'armi del figlio. In essi, dall'illegalità manifesta di "Dare peso a Ducati et altre monete" o "Convertire lo stagno in corpo e in argento finissimo e buono" si arriva alle ricette di cosmetici per curare l'estetica del volto e la bellezza della pelle e dei capelli, passando per retaggi di superstizioni medievali come il "corallo che molto conforta lo core" e il finocchio che migliora la vista e arrivando al fondamento della moderna omeopatia, "similia similibus curantur".
Attorno al personaggio d Caterina Sforza, ai suoi amori, ai suoi interventi in battaglia, al suo ricettario "alchemico", sono fiorite numerose leggende.
Ippolita Sforza: principessa eclissata
La promettente adolescenza
Ippolita nacque il 18 marzo o aprile 1445 a Iesi (alcune fonti dicono a Pesaro) e morì a Napoli nel 1488.
Sua madre era Bianca Maria Visconti, suo padre il celebre condottiero Francesco Sforza, al tempo impegnato a combattere nell'Italia centrale, ma che cinque anni dopo diventerà signore di Milano per acclamazione popolare e sarà il capostipite della dinastia che governerà Milano con alterne vicende fino ai primi decenni del Cinquecento.
Tra i suoi insegnanti, ci fu il grecista Costantino Lascaris, fuggito da Costantinopoli occupata dai Turchi e giunto nel ducato sforzesco chiamato da Francesco Sforza, per la fanciulla il Lascaris scrisse una grammatica greca, che diventerà il primo libro a stampa a caratteri greci. Anche Baldo Martorelli, umanista marchigiano precettore alla corte sforzesca, le dedicò un libro, la "Grammatica ad uso di Ippolita Maria Sforza", composta nel 1454 e oggi fra i codici conservati a Milano alla Biblioteca Trivulziana.
Ma la ragazza eccelleva anche nella danza, arte squisitamente cortigiana per la quale meritò in seguito l'appellativo di "dea". La prima stesura del "Libro dell'arte del danzare" di Antonio Cornazzano, il teorico della danza piacentino, venne dedicata proprio a lei.
Nel 1459 il Papa Pio II indisse a Mantova un Concilio per organizzare una crociata contro i Turchi. Francesco Sforza partecipò inviando la moglie Bianca Maria con alcuni figli: Ippolita, Filippo, Sforza, Ludovico e Ascanio. Ippolita, accompagnata dal precettore Martorelli, aveva 14 anni, il piccolo Ascanio solo 4. Il quadretto della madre circondata dai figlioli sul sagrato del Duomo mantovano colpì profondamente il Pontefice, se nei suoi Commentarii Pio II descrisse i bambini "non altrimenti che angeli mandati dal cielo". Il Pontefice, che era il dotto umanista senese Enea Silvio Piccolomini, venne sorpreso dall'orazione in latino che la giovanissima Ippolita compose per l'occasione e pronunciò al suo cospetto.
Matrimonio ed eclissi
La ragazza aveva grazia naturale e un portamento elegante. Promessa sposa già dal 1455 ad Alfonso d'Aragona, principe di Calabria ed erede al trono di Napoli, nel 1465 partì alla testa di un fastoso corteo per raggiungere il marito nel Regno. Da Alfonso Ippolita ebbe due figli, Ferdinando detto Ferrantino e Isabella.
Durante il lungo viaggio che da Milano la condusse a Napoli, accompagnata ancora una volta da Baldo Martorelli e da Costantino Lascaris, la ragazza fece molte soste e, probabilmente consigliata dagli insigni precettori, acquistò libri antichi, che collezionava con passione (ci è giunta notizia di un Tolomeo acquistato per quaranta ducati a Firenze). Il suo ingresso nella città partenopea, in lutto per la recente scomparsa della Regina, fu accompagnato da un'eclissi solare: tali coincidenze non vennero considerate di buon auspicio dai numerosi presenti. Tuttavia, i festeggiamenti per le nozze furono eccezionali e Re Ferdinando d'Aragona si dimostrò affascinato dalla giovane nuora; puntuali resoconti epistolari ci confermano che la Sforza "polita e bella" aveva "facto duy balli novi sopra dui canzoni francesi de sua fantasia, che la Maestà del re non have altro piacere, né altro paradiso non pare che trove, se non quando la vede danzare et anche cantare". In famiglia Ippolita diventò, per tutti, la Principessa.
Tre anni più tardi tornò a Milano in compagnia del consorte; gli oratori mantovani narrano che il suo soggiorno in questa occasione venne turbato da frequenti battibecchi con il fratello Galeazzo Maria, ormai diventato duca: le battute del fratello rivelano però ammirazione di fronte al fascino pienamente sbocciato di Ippolita, i cui abiti «alla napoletana» e le raffinate acconciature erano imitati da tutte le dame di corte.
Già a Milano Ippolita aveva posseduto uno "studiolo" stracolmo di libri: a Napoli, a Castel Capuano, sua residenza, creò la Galeazza, biblioteca personale in cui trascorse molto tempo. L'amicizia che per tutta la vita la legherà al Magnifico fu cementata anche dal comune amore per i classici.
Una "sotterranea" attività diplomatica?
Ci sono rimaste varie lettere autografe di Ippolita, scritte nella calligrafia bella e regolare propria di chi ha consuetudine con lo studio.
Nel 1475 Ippolita scriveva al fratello duca di Milano della duplice, contemporanea malattia che aveva colto Re Ferrante e suo marito Alfonso nel 1475 ed interveniva presso di lui a favore di persone della sua corte. Sappiamo che nel 1477 il Consiglio Segreto del Castello decise all'unanimità di scrivere alla Duchessa di Calabria perché si adoperasse per trovare finalmente una buona moglie a Filippo Sforza, suo fratello, di 4 anni più giovane di lei; e ancora, in una lettera ducale dell'agosto 1480 agli oratori presso la corte di Napoli, si raccomandava d'insistere perché Ippolita favorisse il matrimonio tra Filippo e la sorella minore del principe di Salerno, Giovanna Sanseverino. Tutte pratiche destinate a rimanere senza esito.
Ippolita del resto non rinunciò ad interessarsi alla politica del tempo: il fratello Ludovico il Moro le "affidò", nominalmente se non proprio in pratica, il Ducato di Bari, che gli era stato assegnato dopo la morte di un altro fratello, Sforza Maria. Nel 1480, quando Otranto cadde in mano ai Turchi, Ippolita scrisse ai suoi parenti milanesi descrivendo dettagliatamente l'intervento delle truppe aragonesi, comandate da suo marito Alfonso, nel recupero della città, e parlando con cognizione di causa della morte del sultano Maometto II, consapevole degli effetti politici che essa aveva avuto nell'andamento del conflitto. L'anno precedente il suo intervento "diplomatico" con l'amico personale Lorenzo il Magnifico era stato prezioso durante le trattative intercorse tra questi e il Re per concludere una pace tra Firenze e Napoli.
Elisabetta Sforza: una brevissima esistenza
Eisabetta Sforza nacque nel 1456, ultimogenita di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. A soli tredici anni, venne data in sposa all'anziano marchese Guglielmo di Monferrato, che, vedovo e di quarant'anni più vecchio di lei, aveva nutrito grande ammirazione per sua madre, Bianca Maria Visconti.
Dal matrimonio, deciso per rinsaldare l'alleanza politica tra il ducato di Milano e il piccolo ma strategico stato confinante, non nacque il sospirato erede maschio, bensì una bambina, Bianca. Elisabetta non ebbe il tempo per "una seconda occasione": morì infatti poco dopo, nel 1472.
La figura di Elisabetta emerge appena dalle corrispondenze sforzesche, ed è quella poco definita e difficilmente inquadrabile di una donna dall'esistenza brevissima, che perde il confronto con le personalità emergenti della sua stessa famiglia, come la colta e brillante sorella Ippolita.
Drusiana Sforza: una vita avventurosa
Un'adolescenza serena
Drusiana Sforza, figlia naturale di Francesco Sforza e di Giovanna d'Acquapendente, detta Colombina, nacque nel 1437 ad Artaldo, ma passò l'adolescenza alla corte sforzesca, accolta da Bianca Maria Visconti ed educata assieme ai figli legittimi che il condottiero aveva avuto a Milano. Nei carteggi sforzeschi troviamo tracce frequenti di lei, sia in lettere sue dirette a Bianca Maria e al padre, sia in altre della sorella Ippolita, futura duchessa di Calabria, indirizzate alla madre.
Legittimata nel 1448, fu promessa al doge di Genova Giano Fregoso, che però morì l'anno seguente; venne allora stipulato un contratto di nozze fra Drusiana e il condottiero umbro Jacopo Piccinino, che aveva un temperamento turbolento e mirava a "ritagliarsi" uno stato nell'Italia centrale di cui diventare signore. Il fidanzamento si protrasse a lungo, a causa delle alterne vicende della politica italiana e solo nel 1463, con il ritorno del conte Jacopo all'obbedienza di Ferrante Re di Napoli, diventò l'occasione di ristabilire i rapporti (fino ad allora molto tempestosi) tra Francesco Sforza e l'inquieto e ambizioso condottiero. Quelli dell'adolescenza furono gli anni più sereni per Drusiana: con la madre e i fratelli trascorreva la sua esistenza nei castelli di Abbiategrasso, Lodi, Melegnano, Pavia, Binasco, partecipando a cacce, banchetti e cavalcate.
Il matrimonio e la fine di tutto
Il matrimonio fu celebrato il 12 agosto 1464 a Milano e affidato alle solerti cure di Bianca Maria Visconti, che amava Drusiana come una figlia. I festeggiamenti durarono settimane, non solo nella capitale sforzesca ma anche al castello di Pavia: tuttavia, tornato a Napoli, il Piccinino fu catturato con l'inganno e fatto uccidere dal Re di Napoli Ferrante d'Aragona. Drusiana, incinta e in viaggio verso Napoli per raggiungere il marito, venne fermata nelle Marche, accolta dai parenti pesaresi del padre e assistita dai compagni d'arme del Piccinino e dalla figliastra di questi, Gabriella, che aveva più o meno la sua età. Il figlio di Jacopo Piccinino nacque così, orfano, pochi mesi dopo. Sulla fine violenta di Jacopo pesarono sospetti di complicità da parte dello stesso Francesco Sforza.
Dopo la morte della sua protettrice Bianca Maria Visconti, Drusiana fu costretta a ritiratasi nel Convento di Sant'Agostino e tra il 1468 ed il 1474 ebbe confiscati tutti i beni dal fratellastro Galeazzo Maria Sforza, divenuto nel frattempo duca di Milano: con questo espediente egli cercava di convincerla a risposarsi, per stringere nuove alleanze politiche. Come scrisse l'oratore ducale presso la Serenissima Leonardo Botta, Drusiana "aveva havuto una grande dote" e possedeva "de molte belle cose", ma fu costretta ad impegnare quasi tutto ciò che sfuggì alle confische del fratello per procacciarsi i mezzi di sussistenza nell'ultima parte della sua vita, passata in gravi ristrettezze.
Fuggì avventurosamente dal convento con Gabriella, prima a Trezzo e poi a Bergamo. Morì all'improvviso, quando "la natura la indusse ad tusire et tosando se li rompé una vena nel petto e subito li habondo el sangue", nel 1474, a Padova.
Bianca Maria Sforza: l'Imperatrice
Promesse nuziali non mantenute
Bianca Maria Sforza nacque a Pavia il 5 aprile del 1472, secondogenita del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia. Per motivi politici fu promessa a diversi principi: poco dopo la nascita, a Filiberto di Savoia, che morì diciassettenne nel 1482, prima che si celebrassero le nozze, e in seguito a Giovanni, figlio naturale di Mattia Corvino e aspirante alla corona ungherese; ma al trono magiaro salì Ladislao di Boemia e nemmeno questa seconda promessa nuziale venne mantenuta.
Nel 1494, ventiduenne, fu finalmente data in sposa dallo zio Ludovico il Moro all’Imperatore Massimiliano I., che era vedovo e aveva diversi anni più di lei, con la spropositata dote di trecentomila ducati, ai quali se ne dovettero aggiungere altri centomila come tassa d’investitura. Il Moro ambiva infatti ad ottenere dall’Imperatore l’investitura sul ducato di Milano e Massimiliano dall’alleanza matrimoniale sperava di assicurasi i territori dell'Italia settentrionale e il finanziamento per le sue spedizioni militari.
Dopo una memorabile festa di nozze, la sposa partì alla volta del Tirolo: accompagnata da un corteo di dame e gentiluomini tra i quali, forse, anche Leonardo da Vinci, che ne avrebbe tratto le proprie impressioni sulla Valtellina, fece tappa a Como, Bellagio, Gravedona, Morbegno, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio.
Un matrimonio prestigioso e infelice
Massimiliano d’Asburgo (che fu Imperatore dal 1493 al 1519), aveva sposato nel 1477 l'erede della Borgogna, Maria, unica figlia del duca Carlo. Il loro matrimonio, molto felice, dal quale erano nati due figli, Filippo e Margherita, non era durato a lungo, perché Maria morì nel 1482 in seguito a un incidente di caccia. L’Imperatore non fu mai innamorato di Bianca Maria, che trascurò e dalla quale non ebbe figli. Era solito dire che la Sforza, nonostante fosse bella come l’amata prima moglie, non era altrettanto “savia”
Per ricordare il loro matrimonio, Massimiliano fece ornare la Neuer Hof di Innsbruck con il “Goldenes Dachl” (Tettuccio d'oro), una loggia il cui brillantissimo tetto è formato da oltre 2.500 piccole tegole di rame dorate. E’ singolare che l’Imperatore abbia voluto essere ritratto con entrambe le mogli, Bianca Maria Sforza (in verità, qui non particolarmente graziosa!) e la precedente, l’amatissima e mai dimenticata Maria di Borgogna.
La giovane Imperatrice non partecipò mai alla vita politica e preferì vivere nei vari castelli imperiali, soprattutto in Tirolo, circondata da una piccola corte di fedeli nobili milanesi e “protetta” (o piuttosto sorvegliata) dagli emissari del Moro, verso i quali con il passare del tempo mostrò un’acuta insofferenza. Il suo ruolo acquisì un certo rilievo solo nell’ambito dell’alleanza tra suo marito e lo zio Ludovico, del quale accolse e ospitò i figli, dopo che, sconfitto e scacciato da Milano, fu messo in prigione dai Francesi.
Bianca Maria negli ultimi anni di vita soffrì di un male debilitante in cui alcuni storici hanno voluto vedere i sintomi dell’anoressia nervosa. Morì il 31 dicembre 1510 e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, in Tirolo, nell’alta valle dell’Inn.
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